Dio. La grandissima questione della possibilità di una dimostrazione

Dio

Questo articolo tratta l’analisi di alcuni dei tentativi di dimostrare l’esistenza di Dio che sono state formulate all’interno della storia del pensiero occidentale, una lunga serie di tentativi e prove. Nel prossimo articolo invece, verranno invece analizzate le principali critiche relative alla possibilità di dimostrare Dio tramite la ragione. Questo articolo, facente parte della rubrica “Pillole di filosofia” (per leggere gli altri articoli della rubrica, dedicati all’idealismo ed al principio di non contraddizione vi lascio qui i link!)è stato scritto su richiesta del prode Gianmarco Foffano, ed è di conseguenza a lui dedicato! Per approfondire: Articolo su dio e causalità:

La grande sfida: dimostrare Dio tramite la ragione!

Dio, ragione, fede: questi tre sono senza dubbio alcuni tra i termini chiave del pensiero occidentale. Nel corso della storia del pensiero infatti i numerosi filosofi hanno tentato di dimostrare tramite la ragione, e quindi a prescindere dalla fede, l’esistenza di Dio, di un essere supremo ed infinito, infinita potenza creatrice (immanente o trascendente che sia). Nella storia del pensiero quindi si sono susseguiti numerosi pensatori che hanno creduto che tale essere non esistesse solo in relazione ad un atto volontaristico di fede, bensì che tale esistenza potesse essere razionalmente fondata.

Numerosi altri pensatori, sia credenti che non credenti, hanno invece sostenuto al contrario che il credere o il non credere fossero solo un atto di fede. Per loro la ragione non ha quindi alcuna voce in capitolo. Pensano dunque che Dio non sia per nulla raggiungibile tramite la ragione o la logica.

In questo articolo dunque inserirò le tesi di alcuni filosofi atti a dimostrare Dio( Anselmo, Tommaso, Cartesio, )mentre nel prossimo articolo di chi vuole negare tale possibilità (Kant, Kierkegaard).

Prima di tutto, devo però fare una distinzione fondamentale. Esistono infatti due tipologie di prove: quelle a priori e quelle a posteriori. In questo articolo analizzerò esempi di entrambe queste tipologie. Ad esempio, Tommaso è famoso per i suoi argomenti a posteriori. Anselmo invece è famoso per il più famoso argomento a priori: quello ontologico!

Prove a priori e prove a posteriori

In questo breve paragrafo spiego ora la differenza tra le due tipologie di prova di Dio. La prova a priori, il cosiddetto “argomento ontologico” intende dimostrare Dio a partire dalla sua essenza. Vuole cioè ricavare la sua esistenza direttamente dalla sua essenza. In altre parole, vuole dimostrare che il semplice concetto di Dio sia sufficiente per dimostrarne l’esistenza.

Al contrario, l’argomento a posteriori vuole risalire a Dio a partire non dalla sua definizione, bensì dai suoi effetti sul mondo. Ciò vuol dire che queste prove intendono arrivare a Dio tramite ragionamenti intorno a determinate caratteristiche del mondo. Tali caratteristiche indicano secondo i sostenitori delle prove la conferma innegabile dell’esistenza di Dio: tali caratteristiche le considerano quindi come suoi effetti necessari.

Ora quindi comincerò ad analizzare le tesi, andando in ordine cronologico. Partirò dunque da Anselmo D’Aosta. Analizzerò le tesi affrontando direttamente i loro testi originali, inserendo le citazioni varie. Alla fine dell’articolo elencherò tutte le fonti. Lascerò inoltre i link per acquistarle, nel caso qualcuno volesse approfondirle, lo ricorderò anche a tempo debito!

Ora però andiamo con ordine.

Capitolo I:Anselmo e l’argomento ontologico

Anselmo D’Aosta

Cominciamo con Anselmo D’Aosta (1033-1109). Egli è autore di uno dei tentativi di dimostrazione dell’esistenza di Dio più celebri e discussi. Tale argomento, come già detto, è definito come “argomento ontologico perché intende ricavare la necessità dell’esistenza di Dio direttamente dalla sua definizione. Tale argomento è presente all’interno del capitolo II del Proslogion. Andiamo a vedere dunque come funziona il suo argomento. Egli esordisce delineando la definizione di Dio, la sua essenza:

E davvero noi crediamo che tu sia qualcosa di cui non si possa pensare nulla di più grande

Anselmo, Proslogion

Dunque, la definizione di Dio è questa secondo Anselmo: ciò di cui non si può pensare nulla di più grande. L’argomento ha struttura confutativa, intende infatti confutare la tesi dell’insipiente, ossia quello che nega che un qualcosa avente tale essenza esista anche nella realtà ma esista invece solo come definizione.

La tesi dell’insipiente è dunque la seguente: L’ente di cui non si può pensare nulla esiste nell’intelletto. Questo è obbligato ad ammetterlo:

Anche l’insipiente, dunque, deve convenire che, almeno nell’intelletto, vi sia qualcosa di cui non si può pensare nulla di più grande.

Anselmo, Proslogion

Per contrastare la tesi dell’insipiente, Anselmo deve quindi dimostrare che siffatto ente non esista solo nell’intelletto come concetto, ma anche nella realtà.

Anselmo afferma quindi, per confutare il suo interlocutore:

Ma, certamente, ciò di cui non si può pensare qualcosa di maggiore non può essere nel solo intelletto. Se infatti è almeno nel solo intelletto, si può pensare che esista anche nella realtà, il che è maggiore. Se dunque ciò che non si può pensare il maggiore è nel solo intelletto, quello stesso di cui non si può pensare il maggiore è ciò di cui si può pensare il maggiore. Ma evidentemente questo non può essere. Dunque ciò di cui non si può pensare il maggiore esiste, senza dubbio, sia nell’intelletto sia nella realtà

Anselmo, Proslogion

Si tratta di una classica confutazione: Anselmo ha confutato la tesi del suo avversario portandola a conseguenze contraddittorie. Una volta che abbiamo pensato ad un ente maggiore, questo esiste, e questo ente è Dio.

Struttura della prova

 La struttura confutativa avviene, come abbiamo visto, attraverso il confronto tra due ipotesi contrapposte, la prima dice che l’ente maggiore esiste solo nella testa, l’altro dice che esiste nella testa e nella realtà.

E’ evidente che il concetto del secondo è maggiore del concetto del primo, perché il primo dice di essere solo nella testa, il secondo sta nella testa e nella realtà, dunque il vero ente maggiore è il secondo, ma facendo questo tipo di riflessione, è evidente che la prima ipotesi si confuta da sé, perché possiamo pensare un ente che è maggiore di esso, il secondo concetto, il quale sta nella testa e nella realtà, dunque la prima affermazione è auto contraddittoria, perché non sta pensando ad un ente maggiore, ma ad un ente minore, rispetto all’altro che sta nella testa e nella realtà.

Resta chiaro allora che la proposizione vera è la seconda, perché non si auto-contraddice, mentre la prima lo fa semplicemente sulla base del confronto. Resta dunque la seconda proposizione, che dice che Dio esiste.

Critiche

Nonostante a livello logico sia ineccepibile, questa prova ha avuto molte critiche fin dal Medioevo. Tommaso stesso negherà la possibilità di risalire a Dio con la ragione a priori, a partire cioè dalla sua essenza. La sua critica però la spiegherò all’interno del capitolo a lui dedicato.

Qui mi soffermerò sulla critica a lui rivolta da un monaco irlandese, Gaunilone.

Egli obietta: abbiamo davvero una reale capacità di comprendere la proposizione sopra citata? Stiamo veramente capendo ciò che dice, è realmente così comprensibile e chiara la definizione di Dio come essere di cui non si possa pensare nulla di maggiore?

Per Gaunilone, il fatto stesso che esista lo stolto, l’insipiens, è una conferma che tale definizione non sia così chiara o evidente. Il semplice fatto che ci sia qualcuno che afferma che Dio non esiste nonostante possa pensarne la definizione, diventa già un’obiezione all’argomento, vuol dire che quella definizione non è ben compresa, se fosse ben chiara e distinta concepiremmo immediatamente questo ente come esistente, noi invece facciamo fatica se non siamo già credenti.

Su questo tornerà anche Tommaso.

La seconda obiezione, meno consistente, mette a discussione il passaggio che fa Anselmo dall’idea di Dio alla sua esistenza. Anche qui Gaunilone è all’opera, e dice che quando penso ad una cosa non è detto che sia anche fuori dalla mia testa, e fa l’esempio delle isole felici, che posso immaginare ma non è detto che esistano.

Celebre la risposta di Anselmo, che dice :certo, le isole felici non esistono, ma non sono l’ente di cui non si può pensare nulla di maggiore. Lui non sta pensando alle isole felici, che non sono la cosa maggiore, solo di Dio permette il passaggio dall’essenza all’esistenza, data l’essenza se ne conclude l’esistenza.

Capitolo II: Tommaso e le cinque vie che portano a Dio

dio
Tommaso

Critica all’argomento ontologico: necessità di un nuovo tipo di prova

Come già accennato, Tommaso (1226-1274) è stato critico nei confronti della possibilità di dimostrare Dio razionalmente a partire dalla sua definizione. Questo perché secondo Tommaso è impossibile dare una definizione dell’essenza di Dio se si prescinde dalla fede! La prova di Anselmo non funziona proprio perché perché l’uomo, data la limitatezza del suo intelletto, non è in grado di concepire razionalmente l’esistenza di Dio, e non può darne a priori razionalmente alcuna definizione, e non potendo dare una definizione come invece non può neanche concludere come invece Anselmo pretende all’esistenza. Non si può infatti derivare l’esistenza dalla definizione, se non si è in grado di giungere a quest’ultima a prescindere dalla fede.

Nonostante questa via sia quindi per Tommaso sbarrata, è comunque possibile secondo lui dimostrare Dio tramite la ragione. Non a partire dalla sua definizione, ma noi possiamo conoscere Dio a partire dai suoi effetti, possiamo arrivare a Dio attraverso una via ascendente che parte dagli effetti per arrivare alla loro causa. Una volta fatto questo percorso, a quel punto si può in qualche modo conoscere Dio, come colui che ha creato quegli effetti, ed a quel punto possiamo capire quello che Anselmo dice fin dall’inizio.

Ecco quindi le vie di Tommaso, le cosiddette prove a posteriori! Tommaso ne individua ben 5! Analizzerò le prime tre, ovvero quelle più rilevanti a mio parere, specialmente la terza!

La prima via

Secondo Tommaso dunque, per giungere a Dio non bisogna partire da una definizione, bensì dall’osservazione del mondo. La prima di queste vie riguarda il movimento, ed è di evidentissimo stampo aristotelico. Essa infatti agisce infatti in modalità analoga ad Aristotele, risalendo alla necessità di un motore non mosso, o motore immobile, a partire dal movimento. Differentemente però rispetto ad Aristotele, il movimento non è eterno.

La prima e la più evidente è quella che si desume dal moto. E’ certo infatti che in questo mondo alcune cose si muovono!

Tommaso, Somma Teologica

Tommaso asserisce che muovere significa far passare un qualcosa dalla potenza all’atto, ma solo ciò che è in atto è in grado di far passare qualcosa dalla potenza all’atto. Inoltre, tutto ciò che si muove deve essere mosso da altro. Non si può però secondo Tommaso, esattamente come per Aristotele, pensare che la catena dei motori vada avanti all’infinito. Pertanto, ci deve essere un primo motore che muove senza essere mosso. Tale motore coincide secondo Tommaso con Dio!

E’ dunque necessario che tutto ciò che si muove sia mosso da un altro. Se dunque l’essere che muove è anch’esso soggetto al movimento, bisogna che sia mosso da un altro, e questo da un terzo e così via. Ora, non si può in tal modo procedere all’infinito, perché altrimenti non vi sarebbe un primo motore. Dunque è necessario arrivare ad un primo motore che non sia mosso da altri: e tutti riconoscono che esso è Dio.

Tommaso, Somma Teologica

Seconda via

La seconda via è analoga alla precedente, ma riguarda la causa efficiente. Secondo Tommaso, la catena della causalità efficiente non può essere infinita, perché in tal caso non ci sarebbe una prima causa, rendendo di fatto incausato il tutto in caso di regresso all’infinito! E’ necessaria quindi una prima causa efficiente non causata da altri, ovvero Dio. Si badi bene a questo dettaglio: il fatto che Dio non abbia cause è tipico del pensiero scolastico e neoscolastico.

Terza via

Si tratta della via più teoreticamente raffinata. Fa leva sulle nozioni si contingente e di necessario. Si tratta di una dimostrazione per assurdo, partendo dalla tesi che tutto sia contingente e che quindi nulla sia necessario. Si vuole confutare il fatto che tutto sia contingente per risalire all’ente necessario, ossia Dio. Per farlo, parte supponendo che tutto sia contingente dimostrando l’assurdità di tale ipotesi.

 Dunque di fatto l’ipotesi di partenza quindi è che Dio non esiste, e che esistano nel mondo solo esseri possibili, perché se fin dall’inizio ammettiamo che ci sia un ente necessario, abbiamo già trovato Dio.

Essere possibile vuol dire avere la possibilità di essere e di non essere, altrimenti sarebbe necessario.

Quindi, il contingente, il possibile, non può esistere sempre, se esistesse sempre sarebbe necessario, e fin dall’inizio ammetteremmo l’esistenza di  Dio mentre Tommaso parte dall’idea contraria.

Dice che questo possibile talvolta non è nulla, ciò che ha la possibilità di non essere, in qualche tempo non è. Per Tommaso tutti gli esseri del mondo sono così, quindi tutto il mondo talvolta è, talvolta non è.

Ma è impossibile che esistano sempre, perché ciò che ha la possibilità di non essere in qualche tempo non è. Perciò, se tutto potesse non essere, in qualche tempo non ci sarebbe stato nulla di esistente

Tommaso, Somma Teologica

E’ proprio questo il problema, qui parte l’assurdo. Se tutto fosse contingente, sarebbe possibile ammettere un tempo nel quale nulla esiste. Però, l’evidenza ci dice che esiste qualcosa. Però dato che ex nihilo nihil fit, (da nulla viene nulla), ciò che non è può diventare qualcosa di essente solo per mezzo di qualcosa che è. Se tutto fosse contingente, ciò non sarebbe possibile. Però abbiamo l’evidenza che esistiamo. Ciò non sarebbe possibile se tutto fosse contingente. Bisogna ammettere quindi per Tommaso la presenza di un essere necessario che identifichiamo poi come Dio tramite la fede, altrimenti sarebbe inspiegabile il fatto che ora ci sia qualcosa e non nulla se tutto fosse contingente!

Ora, se questo fosse vero, non esisterebbe, anche ora non vi sarebbe nulla di esistente, poiché ciò che è comincia ad essere solo per mezzo di qualcosa che è. Perciò, se in qualche tempo non vi fosse stato nulla di esistente, sarebbe stato impossibile per qualsiasi cosa cominciare ad esistere, e così anche ora nulla sarebbe esistente, il che è assurdo. Perciò, non tutti gli enti sono puramente possibili, ma deve necessariamente esistere qualcosa di necessario.

Tommaso, Somma Teologica

Capitolo III : Cartesio. La ripresa della prova ontologica

dio prove
Cartesio

Nella filosofia di Cartesio (1586-1650), dimostrare Dio è fondamentale per riuscire a trovare una garanzia di validità delle idee chiare e distinte, uscendo quindi dal proprio Io per arrivare ad una dimostrazione del mondo esterno. Esso si serve di tre prove. Noi ci concentreremo in questa sede sulla terza, la più interessante speculativamente. Le altre prove verranno affrontate quando si arriverà a Cartesio nella serie di “Storia della filosofia”.

La ripresa dell’argomento ontologico: PERCHÉ?

Nel corso delle meditazioni, prima di sentire la necessità di ricorrere nuovamente (dopo 6 secoli) a questo tipo di argomento, Cartesio tenta due dimostrazioni dell’esistenza di Dio. Nella terza meditazione infatti, Cartesio tenta di risalire a Dio in due modi. Prima tenta a partire dalla presenza nell’anima dell’idea di un essere perfetto (Dio) ed arrivando a dimostrare che tale idea possa essere generata solo da un essere avente esistenza formale e non oggettiva. Dopodiché, tenta di risalire a Dio a partire dal fatto che lui esiste, interrogandosi quindi su quale possa essere la causa della sua esistenza, deducendo che solo un essere a me superiore, un Dio, possa avermi creato, altrimenti se mi fossi creato da solo possiederei io stesso quelle perfezioni.

Perché Cartesio non si accontenta di queste due dimostrazioni, ed è tentato due meditazioni dopo di tornare sull’argomento? La risposta è che entrambe le dimostrazioni presuppongono la nozione di causalità. Occorre quindi trovare una dimostrazione che non implichi tale concetto.

La ripresa

Egli riprende quindi, mutandolo, l’argomento ontologico di Anselmo. Si tratta di un argomento molto interessante speculativamente, ed allo stesso tempo non è troppo complesso. Kant criticherà duramente questo argomento, lo si vedrà nel prossimo articolo!

Egli parte dall’analisi dell’idea di essere perfetto (ovvero l’idea di Dio). Sostiene che l’esistenza è una delle perfezioni. Ora, l’idea di essere perfetto deve contenere in sé tutte le perfezioni, altrimenti non sarebbe tale. Ma se l’esistenza è una perfezione, allora l’essere perfetto dovrà esistere non solo come idea, ma anche nella realtà. Quindi per Cartesio l’esistenza di Dio è implicata nella sua stessa essenza.

Trovo manifesto che l’esistenza non può essere separata dall’essenza di Dio più di quanto si possa separare dall’essenza del triangolo l’equivalenza dei suoi tre angoli a due retti, o le montagne dalla vallata: di modo che concepire un Dio (cioè un essere perfetto) al quale manchi l’esistenza (cioè una delle perfezioni) non è meno impensabile che concepire una montagna che non abbia vallata

Cartesio, quinta meditazione

Trovo che ci sia un aspetto molto critico in questa prova,in aggiunta a quelli trovati da Kant. Molto brevemente, appunto a Cartesio il fato che egli non vada a giustificare il fatto che l’esistenza sia una perfezione. Questa informazione cruciale viene trattata alla stregua di un presupposto, in maniera a mio parere non giustificata.

Fonti:

Per scrivere questo articolo, mi sono servito dei seguenti testi Se voleste saperne di più su questi argomenti, vi lascio ora il link per comprarli, sostenendo in questo modo il mio lavoro!

Anselmo: Proslogion. Con «In difesa dell’insipiente» di Gaunilone di Marmoutier e «Risposta» di Anselmo

Tommaso:
La Somma Teologica di San Tommaso d’Aquino. In compendio

Cartesio:

Meditazioni metafisiche


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